Il circolo dei sospiri
Al Circolo dei Sospiri l’aria ferma non trovava varchi.
Crepe, pertugi e interstizi accoglievano arieggiate presenze di intensità e umore variabile.
Per gli altri grandeur c’era, poco distante,
Ma al Circolo dei Sospiri i venti non trovavano spazio per le loro evoluzioni.
Quel giorno per primo arrivò Soffio e si accasciò vicino alla candela accesa che lo aspettava. Era sconsolato, ma non poteva dirsi solo.
Aspettò per quattro espirazioni, mentre la clessidra delle correnti volteggiava al centro dell’ambiente finché fece il suo ingresso Spiffero, più gelido che mai. Non riuscì a placarsi e dovette entrare e uscire varie volte dalla crepa verticale. Poi si sistemò e scoprì la finestra rotta che gli avevano lasciato lì per gingillarsi.
Ordinarono qualcosa nell’attesa degli altri, ma non proferirono parola mentre il sottofondo dei venti li innervosiva ancora un poco.
Quando ormai gli avevano servito due goccioline a 20 e 10 gradi, Soffio cominciò a titillare la fiamma della candela mentre Spiffero entrava e usciva dalla finestra come un fantasma dalla tomba.
Finalmente si unirono a loro anche Sbuffo e Singhiozzo che arrivarono a braccetto, in una danza sbilenca di bruschi rallentamenti e accelerazioni e si misero uno di fronte all’altro. Uno soffiava, l’altro inspirava.
Riuniti, cominciarono a scaldarsi; porzioni più generose di acqua vennero servite e l’eco dei venti si affievolì a tal punto che iniziarono a parlare.
Sbuffo sospirò per primo: “Gli sto attorno tutto il giorno. Quando è in bici, a pochi metri prima della scuola e gli si inceppa la catena, quando gli gridano dietro ‘Trippone’ sulle scale, quando il fratellino lo ossessiona con i suoi perché, ma niente! l’unica soddisfazione che mi dà è quando apre quel quaderno blu nella sua cameretta, dopo aver fatto tutti gli altri compiti. Non ne posso più!” Sbuffò così tanto che quasi riuscì a spegnere la candela di Soffio, blu dalla gelosia.
“Ma almeno puoi riposarti, e non è uno strazio…” disse Singhiozzo che ancora oscillava su e giù senza pace.
“Beh, le lezioni di matematica sono tre volte la settimana, ma mi annoio davvero. Per dinci! Ci sarebbero tante altre occasioni per lagnarsi: quando gli impongono di lavarsi i denti in continuazione, quando deve preparare lo zainetto per le gite, quando apre la manina e scopre le magre mance che gli ha rifilato la nonna! I gol presi a calcio? Le sconfitte al computer?”
“Eh, ma almeno i problemi di matematica cambiano ogni giorno!” sussultò Singhiozzo, ora molto concentrata su quello che aveva da dire. “E forse un giorno ti libererai di lui. Io…”
Un pallone irruppe dalla finestra e mandò in frantumi il vetro di Spiffero che emise un ululato impeccabile, messo a punto negli anni trascorsi in quel castello della Transilvania. Singhiozzo tacque per lo spavento e aspettò le reazioni più lente degli altri.
Spiffero era scomparso, ma nessuno si allarmò: conoscevano il loro amico inquieto. In quel momento stava uscendo ed entrando da portone girevole dell’hotel sul lato nord della Piazza dei Venti. La receptionist lo maledì in cuor suo. Poco dopo Spiffero era di nuovo tra i suoi mentre si pronunciava Soffio.
“E io allora? Che aleggio attorno a quella boccetta di smalto rosa antico? Non se ne può più. Davanti alla tv, in bagno, mentre tutti gli altri si spazientiscono fuori. Ieri persino sull’autobus mentre le pupille degli altri passeggeri si dilatavano annebbiate da chissà quali solventi. E lei non pensa che a lui. Di fronte alle soap opera pensa a lui, apre il diario e scrive di lui, litri e litri di smalto solo per lui. Che margini di evoluzioni ho? Vorrei spirare come il maestrale, ribaltargli i 3 strati di quella lacca inutile su quelle unghiette, vorrei spegnere candelabri in cima a lunghissime scale, e invece sono lì. Ancorato a quella boccuccia che spira sullo smalto, solletico il sogno. Mai sostanza, mai fatti. Mai che lei sbuffi perché lui è in ritardo o perché si è dimenticato un anniversario, una ricorrenza o un fatto speciale…”, concluse il lamento con un soffio e spense la candela con soddisfazione.
Il tempo di riaccenderla e Singhiozzo si era ripresa dallo spavento della pallonata: “Eh, se io potessi stare con lei, chissà che bei pianti porrei mettere in scena. Quante interminabili modulazioni. Veloce veloce, irrefrenabile e poi scomparire per dare spazio alle lacrime. Wow! Passione, ecco che cosa mi manca. E invece mi ritrovo ogni mattina alle 9 di fronte a quel saluto affrettato, ecco la mamma sbattere le palpebre velocemente, la maestra allungare la mano e partire la pantomima: ‘Mammaaaaaaaaa, non andare viaaaa?’ e la mamma se ne va, incespicando.”
“Ma tu con chi stai?” insinuò Sbuffo, quasi a mettere alla prova la loro missione.
“Sono ancora molto combattuta: non so bene chi ha più bisogno di me. La piccola o la mamma che quando arriva al secondo semaforo dall’asilo fuma e accende la radio”, singhiozzò e fece una pausa, “in quel momento ci vorresti proprio tu, Soffio, a colorire quelle boccate amare. Mah, alla fine ho deciso di restare con la bambina che, a parte quel momento, non mi dà un gran da fare.”
Spiffero ora giocava con la finestra rotta: “Ma ragazzi, i vostri sono sospiri da niente rispetto ai miei. Inverno o estate sono sempre lì a caccia di un lembo di carne scoperta, di una canottiera non infilata sotto la gonna, di un calzino allentato, un foulard dimenticato sull’appendiabiti. Niente, niente, nessun nipote che arrivi mai alla porta sorridente a liberarmi da questo maleficio, brandendo i paraspifferi. La mia signora invecchia ogni giorno, senza neanche sapere di combattere contro il killer che mi ritrovo a essere. Sta attaccata alla finestra finché c’è luce fuori, fissa le macchine che parcheggiano e ripartono, altri anziani a spasso coi cani, ragazzi a fare graffiti, addetti che sostituiscono i manifesti.”
“Ma non sbuffa mai, lei? Nessun sospiro per la sua cattività domestica?”Sbuffo lo interruppe.
“No, solo libri e una borsa dell’acqua calda a farmi la guerra. Ma cosa vuoi che faccia, quella panciona indolente. Dopo qualche ora si impigrisce e torno a essere il sicario incontrastato dell’appartamento. A proposito una tripletta di Starnuti mi hanno chiesto che ne pensiamo di un loro ingresso al circolo…”
“Mancano di capacità riflessive” sentenziò Soffio.
“Sì, dei barbari istintivi”incalzò Singhiozzo.
“Poveri senz’anima” concluse Sbuffo che ne aveva conosciuti molti e ne aveva raccolto le depressive confessioni.
“Ricevuto” disse a mezza voce Spiffero che in fondo era un gran chiacchierone inquieto e si rimise a giocherellare con quello che era rimasto della finestra.
Suonò una campanella e i venti imperversarono forti là fuori; uno scampolo di una bandiera bianca si incollò su Singhiozzo che lo rimpallò a Sbuffo. Sbuffo lo fece volare su Spiffero e Soffio lo ricacciò da dove era venuto.
Il tempo dei sospiri loro concesso era finito. Si salutarono in gran fretta e tornarono ai loro mestieri mentre altri ospiti più rumorosi reclamavano il loro spazio: il Circolo era molto frequentato…
***
Si era alzata prima quella mattina.
C’erano stati degli indizi, ma non l’avrebbe mai immaginato. Lo aveva guardato in quel negozio per mesi spostarsi tra i vari settori come un pattinatore sul ghiaccio, imbracciare sci, carezzare microfibre, elogiare traspirazioni, provare occhialini. Lei aveva comprato tutta l’attrezzatura sportiva immaginabile: da jogging, da aerobica, da piscina, da montagna, per andare in bicicletta. Alla fine aveva infine preso pure le ciaspole, ma non ci aveva voluto credere a quella telefonata. “Marco c’è tua moglie, ha detto di richiamarla.” In quell’attimo era come se tutto l’acetone del mondo l’avesse travolta, sciogliendole tutto lo smalto dell’anima. Aveva fatto un respiro sprofondo e poi aveva preso una decisione. L’avrebbe pedinato con la macchina della madre e un foulard.
Davanti alla casa c’erano due macchine parcheggiate. Alle 8:30 aveva steso un altro strato viola sulle unghie perfettamente limate e non aveva staccato lo sguardo dal cancello, finché non lo aveva visto aprire il portone. Baciò una donna che teneva una sigaretta nascosta e prese la bambina per la mano. Il padre e la bambina si sorrisero e le parve di sentire la bambina canticchiare qualcosa mentre lui la legava al seggiolino dietro.
E allora dentro la macchina lei cominciò a piangere, piano. Attivò i tergicristalli e spense la musica. Lo inseguì e le parve di sentire nelle svolte della macchina la stessa precisione del suo scodinzolo. Parcheggiò a distanza. Le scarpe tecniche di lui si confusero tra quelle delle altre mamme di fronte all’asilo. Marco risalì in macchina con un sorriso ebete e fece una chiamata dal cellulare.
Lei aveva le lacrime nelle orecchie, aprì lo sportello ed entrò nel bar. Ordinò un cappuccino e una brioche vuota. Si avvicinò l'indice alla bocca e mangiò un'unghia e poi tutte le nove che restavano. Quando il cappuccino era ormai freddo, si accorse di quell’uomo.
Teneva il cappello bagnato ancora in testa e guardava fuori. Lei cominciò a singhiozzare, piano piano poi sempre più forte. Tornarono le lacrime. Pagò, prese la borsa e uscì mentre l'eco delle boccette si confondeva con il traffico là fuori.
L'uomo, che ora aveva finito il caffè, avvezzo al lusso di essere il primo a sfogliarlo, prese il tabloid locale. Si tolse il cappello e issò il giornale. Lo appoggiò aperto sul tavolo e infilò gli occhiali. Come ogni mattina, soffiò tra le pagine. 3,5,7,9,11,13,15... e raggiunse la sezione dei necrologi. Ancora una volta corse con lo sguardo alla ricerca di Eleonora Ruffini, vedova Carli.
Neanche quel giorno la trovò, ma da mesi non riusciva a vederla non solo al bar, ma neanche affacciarsi alle tende.
Un bellissimo gatto persiano antracite scansò le pozzanghere sulla strada e poi trotterellò fino alla porticina dove fece l'acrobazia dell'anello infuocato. Animò uno spiffero sulle caviglie della donna ben più intenso dei soliti. Nessuno le aveva mai rivelato che un gatto fa molto più compagnia di una borsa dell’acqua calda o di una finestra con la vista su un asilo.
Le stava tornando la voglia di uscire. Da quando la figlia le aveva affidato il nipote alcuni pomeriggi la settimana, la signora Eleonora non si riconosceva più. Un pomeriggio, di punto in bianco Gianni si era presentato con i due salsicciotti colorati in mano."Così non starnutisci più, nonna!"
Eleonora aveva spolverato tutta la matematica che si ricordava e ne aveva scoperta molta più di quanta immaginasse. Gianni, che era così docile e affettuoso, con i numeri non aveva pazienza. Che fosse quella parola, "Problema", a intimorirlo così tanto. Erano bastate poche settimane perché mostrasse alla nonna i nuovi voti e sorrisi sempre più larghi.
Qualche settimana prima, il pediatra gli aveva stretto un rotolino di grasso nella mano. Gianni aveva riso di pancia, e la madre aveva ricevuto una nuova missione: fargli perdere peso. Niente più patatine, più bicicletta e soprattutto molto più calcio. L'allenatore non aspettava altro. "Gianni fai due giri in più, tu" gli urlava.
Gli altri ragazzini avevano smesso di gridargli "Trippone" e ora gli nascondevano le scarpe nello spogliatoio. Ma Gianni pensava a quante ce n'erano nello spogliatoio e a quante ce ne sarebbero state se qualcuno ne avesse sottratte tre paia. Correva sempre più veloce, e si portava dietro la scia. Correva a perdifiato e ogni tanto sbuffava.
Forse da grande i suoi sarebbero diventati sospiri.
Malgrado avesse deciso di farlo nell’istante in cui Luisa le aveva dato il numero, Elvira posticipò quella telefonata per alcuni giorni. Piantò gerani in vaso che resero irritabile tenente Geranio – lui credeva nelle gerarchie e in una organizzazione della base che le rispettasse; e 5 ebbe un gran bel da fare per quietare le attività frenetiche della sua padrona. Persino il grusone, in genere avvolto in solipsistiche speculazioni sulle funzioni matematiche delle traiettorie delle mosche o sulle proposte di legge contro l’invasione dei parassiti per il gran giurì della serra, si chiedeva quale bizzarro tarlo stesse turbando la padrona a tal punto da fargli subire docce irragionevoli, come se lui avesse bisogno di piogge tropicali, anziché di gocce ogni sera. Sì, Gruso si sentiva proprio come le donne quando si profumano dietro le orecchie.
Il foglietto di carta a quadretti celesti, piegato in due, aveva stazionato prima nel grembiule per qualche giorno e poi sul tavolo vicino al telefono.
Infine, un giorno in cui delle nuvole paffute e scure minacciavano pioggia, Elvira ruppe gli indugi e si accordò con Luigi per vedersi l’indomani. L’uomo, che aveva una voce dolce e lenta, le parve interessato e disponibile. Non ci pensò più fino al mattino seguente.
Si era aspettata una montagna ambulante, un cowboy eroico capace di mandare avanti da solo un intero ranch, un guerriero, e invece sentì squillare al cancello senza nessun rumore. Scese le scale e si avviò sul vialetto, mentre Luigi le veniva incontro in sella a un motorino con le marce Benelli.
“Buongiorno!”
“Salve.”
“È stato difficile trovare casa?”
“Oh, no, è vicino quella della signora Luisa. Non sono proprio di qui, ma la zona la conosco.”
Mentre Elvira mangiava quelle parole alla ricerca di qualche altro indizio che le facesse intuire se l’ananasso era la carta preferita dell’uomo durante la giocata di Mercante in Fiera di Capodanno, tra gli innaffiatoi, messi in allarme dal campanello, serpeggiava una curiosità di altri tempi.
Un tam tam che ricordava quelle sere in cui pollini malcelati dalle carte di cellophane, regali amorosi portati per Elvira dal marito, invadevano l’agorà verde fuori e dentro la serra. Quelle piante, che emettevano silenziosi gridi d’allarme, in evidente affanno respiratorio, venivano nascoste anche per giorni, laddove Elvira non passava. Era compito di 5 e di tenente Geranio entrare in contatto con le nuove arrivate, introdurle alla società verde di lassù, e stabilire un patto di sollecita solidarietà, soprattutto idrica. Erano arrivate così Terencita, la yucca e quell’intrattabile grusone, detto Gruso dagli altri per lo stile da bravo della confederazione elvetica. Il marito centrava il bersaglio del cuore di Elvira e la serra si faceva sempre più multietnica.
“Ah, ecco chi viene a rompere le file!” sussurrò tenente Geranio con modi da 007.
“Ma que dise, tenente? Non vedi che non si rreconoscono neanche?” rispose Terencita, che era stata recentemente potata con molta sollecitudine.
“Terencita, fidati di me. Sono un esperto di tattiche. Dobbiamo identificare il soggetto e il suo ruolo qui. Quanto prima.”
Luigi tirò giù il cavalletto corto del motorio e strinse la mano di Elvira senza nessuna galanteria. Non indossava nessun cappello con le scritte di sementi o concimi, non aveva ai piedi le ciabatte in plastica bucherellate e incrociate né lo stecchino in bocca. Dimostrava più o meno la stessa età della donna, che ancora lo osservava, restia a mostrare casa sua, il suo regno verde e l’ostico orto al nuovo arrivato.
“Scostati ‘Cita, su” ordinò 5 che precipitò a terra per un piede messo male da Elvira. Terencita eseguì, ma enumerava dentro di sé una serie di improperi in castigliano nei confronti di quel presuntuoso involucro di plastica.
Luigi si fece accompagnare per il giardino, studiò l’orientamento del terreno girando la testa in qua e in là. Elvira si chiese se le stesse facendo un test d’intelligenza e cercasse le gabbiette per gli uccellini appese sui ciliegi. Ma no, Luigi sbatteva le palpebre al rallenti e terminava ogni frase con un ansiolitico “Non c’è nessun problema” che finì per convincerla e per annoiare 5, ancora a terra disteso su un fianco.
Si parlò di giorni della settimana, delle destinazioni dell’orto e di semine. Arrivati proprio lì, in quel fazzoletto di terra devastato dal conflitto uomo-terra, la canna pianse una lacrima, inventandosi uno sbalzo di pressione, anche con il rubinetto chiuso.
Se Luigi non sussurrava alle piante, di certo comunicava con gli utensili e con gli oggetti. Per tutta la canna scorse un brivido: si accorse che era qui qualcuno in grado di rimetterla al lavoro, sozzarla nelle pieghe della terra, anche tagliarla e bucarla, se necessario. A lui non sarebbero bastate illusioni da serpentello. Il fatto che la talpa Carola non fosse presente le risparmiò la sorpresa a dopo qualche altra scorribanda delle sue, ma la doccia fredda sarebbe arrivata, per certo e la vita si sarebbe fatta più rischiosa.
Dietro lo sguardo mite di Luigi poteva esserci di tutto: come potevano sapere quale grado di tolleranza ci sarebbe stato per gli insetti e animali intrusi?
A Elvira tutto sembrò molto rapido: Luigi salì sul Benelli, lei gli aprì il cancello e si salutarono.
L’uomo sarebbe venuto un paio di giorni alla settimana e si sarebbe occupato di riseminare tutto. Avrebbe cominciato dai pomodori.
“Allora, capo, que pasa?” chiese ‘Cita, muovendo una delle sue foglie allungate.
“Questo elemento comporterà la ridefinizione di tutti i nostri ruoli. Potrebbero crearsi conflitti nelle campagne. Quest’uomo sa quello che fa, ma non ci conosce.”
“Nessuno ci conosce, gringo, è per questo che ci lasciano stare, così tante e così vicine, Jeranio.”
“Sì lo so, ma queste sono informazioni top secret. Non rivelarle a nessuno.”
“Ok.”
Elvira dovette fare molta forza su di sé per addentrarsi nei viottoli che attraversavano gli appezzamenti di terra attorno a casa sua. Prese le chiavi di casa, accostò appena il cancello e si mise in marcia verso i segreti della terra da sedurre.
5, che allora era ancora un giovane innaffiatoio di grandi speranze, fece qualche saltello in avanti per sbirciare in quale direzione andava. Più volte il tenente Geranio aveva espresso il timore che la padrona si abbandonasse a gesti estremi. A proposito delle direzioni che la loro padrona avrebbe preso, alla fine la lumaca Erminia li aveva convinti, in sermoni lenti e umidi: verso sinistra c’erano più possibilità per Elvira di incontrare gente valida. Erminia conosceva palmo a palmo i personaggi che popolavano abusivamente quelle terre e le sottraevano le verdure: a sinistra ce n’erano di magnanimi, parchi con quelle polverine amare dalle quali Erminia si teneva lontana.
Quando sentirono il cigolio del cancello accostato, la lumaca, 5 e tenente Geranio allungarono ancor di più il collo per sentire se Elvira canticchiasse. No, non ancora, ma erano tutti certi che non li avrebbe delusi.
La canna dell’orto, invece, ce l’aveva a morte con Elvira, per le mancanze rispetto al precedente curatore. Notte dopo notte sognava il giorno in cui le si sarebbe avvolto attorno alle caviglie per farla cadere, solo la rugiada del mattino raffreddava le sue fantasie da rettile. Anche la plastica nera delle fragole guardava Elvira di traverso, agognando un’Alice della terra, pronta a precipitare nelle buchine dove ben poche piante facevano capolino.
Elvira calpestò qualche erbaccia e si slogò una caviglia perché si era distratta a guardare un nido di uccelli. Ai lati della stradina c’erano reti, muretti e qualche cancello, una manciata di chilometri da macinare con un cestino di primizie in baratto per una impagabile amicizia / consulenza di vicinato.
Quando Elvira e suo marito si erano trasferiti lassù, qualche anno prima, le era parsa una liberazione dalla schiavitù condominiale che l’aveva gratificata tanto da giovane. I complimenti della portinaia, i prestiti di libri del professor Ghini del secondo piano: anche le prime riunioni condominiali le parevano bizzarre ed educatissime agorà. Qualche decennio e parecchi palazzi dopo, agognava zolle libere, stanze semivuote e disordinate, terra, briciole persino processioni di formiche, puzzolenti danze delle cimici, battaglie contro le tarme e le processionarie, ma mai più avrebbe voluto sapere l’occhio della Vallanzasca dietro il separè a osservarla.
Mentre camminava ora aveva controllato tutti i rovi da more che avrebbe potuto saccheggiare in piena estate; si asciugò un po’ di sudore con il fazzoletto e si fermò al primo cancello. I rovi ringhiavano appena al suo passaggio, accentuando le oscillazioni del venticello: promettevano di affilare le spine per l’ennesima golosona, ma Elvira non li sentì, protetta dalla sua nuova missione dalla cornucopia verde.
Le zucchine e i fiori di zucca là dentro, coperti da un canovaccio sottile addirittura del corredo di Elvira, improvvisavano un bassissimo canto a cappella che parlava delle zolle dei tempi andati e del suono delle campane a Pasqua. La zucchina piccina piccina aveva una voce acuta e un brutto presagio, ma le altre più floride e materne così prese dai gorgheggi non si accorsero neanche della loro Pandora.
La casa si vedeva appena attraverso le sbarre ricoperte di edera: era in mattoni, più piccola della sua. Suonò la campanella accanto all’altorilievo cave canem . Un botolo rossiccio si avvicinò al trotto, abbaiando con poca convinzione; raggiunto il cancello, il fare circospetto della belva era diventato uno scodinzolo abbondante e le avrebbe anche leccato le dita, se solo lei le avesse allungate. Evitò l’invito, ma colse il presagio di un’accoglienza generosa.
Nei dintorni la signora che abitava in quella casa era stata l’unica ad averli invitati. Poche settimane dopo il loro trasloco, Luisa, le sembrava si chiamasse così, aveva telefonato per un tè da lei. La casa già allora era graziosa come i modi dell’ospite che aveva apparecchiato una tavola rustica, ma ricchissima di stuzzichini, pizzette, tortine… Elvira aveva trattenuto un sospiro al ricordo dei compleanni di sua figlia nel loro terrazzino, con il gelsomino profumato e i battimani nell’aria. Luisa li aveva intrattenuti amabilmente, avevano chiacchierato di Milano, da dove lei veniva, e della vita lì in campagna.
“Mio marito è un gran lavoratore e spesso non c’è”, la battuta buttata là aveva messo Elvira in allarme, aveva temuto che le si stringesse attorno un nodo solitario: riunioni Stanhome, canaste, bridge, burraco, dame di San Vincenzo: aveva evocato tutte le maledizioni della terza età per scongiurare le bonarie ingerenze di Luisa.
Insomma, l’aveva messa al palo: erano bastati un paio di rifiuti e la signora, raffinata e perspicace, si era rassegnata.
Elvira fissò ancora un istante il botolo, che era di certo un antidoto piuttosto recente alla solitudine della padrona di casa; non si ricordava affatto l’alito della bestia sulle sue caviglie quel famoso pomeriggio. Stava per suonare di nuovo, quando sentì aprirsi una finestra.
“Ciao Elvira!” la voce di Luisa le sembrò molto più amichevole e priva di quella sfumatura snob che le era rimasta a mente a furia di passare davanti a casa sua senza mai incrociarla davvero.
“Arrivo!” La raggiunse in un attimo, noncurante del quadrupede sovraeccitato, e la abbracc iò avvolgendo anche il cestino.
Elvira, dapprima congelata da tanto slancio, decise di abbandonarsi a questa sorpresa. Porse a Luisa il bottino di primizie che aveva strappato all’orto, e si accomodò sul portico della villetta in attesa di una gassosa in compagnia del mastino. Sbirciò una coppia di agavi poste in classicheggianti vasi in terracotta, qualche pianta un po’ spennacchiata appoggiata alle pareti, poi si girò verso il giardinetto, intravide una forsizia, un oleandro dai fiori bianchi, dei cespugli di rosmarino e seminate qua e là sugli alberi da frutto delle graziose casette in legno per gli uccelli. Erano gialle, verdi e rosse, alcune corredate di piccoli comignoli, altre con intarsi di cuori e quadri. “Perché ha sacrificato le sue ciliegie ai passeri?” si domandò tra sé; poi si rivide spalancare delle persiane simili, in una pensione austriaca, dove si erano fermati per caso durante il loro viaggio di nozze in Austria. Avevano riso del gallo che faceva chicciricchì in tedesco.
Le zucchine avevano ormai un vero e proprio repertorio, ma la piccina, liberata dal panno costrittivo, fissava il coltello e il paniere vicini in cucina.
“Ecco anche qualche biscotto.” Luisa arrivò con un vassoio che andava oltre l’immaginazione di Hansel e Gretel.
Elvira non parlò a Luisa dei piedi freddi sotto la coperta, della sconfitta inferta da Ignazio Parodi alla sua testarda buona volontà, le chiese: “Hai un orto?”
Luisa sospirò dentro di sé, alla vista di quella spiccia solitudine, ma la capì all’istante e si sedette anche lei sulla panchina: “Sì, da qui non lo vedi tanto, è un po’ nascosto laggiù, dietro il canneto. Ho poca roba, ma dà grandi soddisfazioni. Anche alle lumache per la verità, sono piuttosto aggressive qui. Sembra che mangino col tovagliolo e gli occhiali. Da sola non ce la facevo, non ne ho mai avuto nessuno prima, quindi ho cercato qualcuno per farmi aiutare. Ci è voluto un po’… Non volevo usare quei concimi che svendono al magazzino, laggiù. Come si chiama? Hai capito, no? Ma il signor Luigi è della vecchia scuola, ha capito l’antifona ed è un vero mago con il pollice verde. Pensa che la scorsa settimana si è anche prestato benvolentieri a piazzare quelle casette di legno che mi ha comprato Arturo in un viaggio di lavoro in Austria.”
Elvira capì molte cose tutte insieme, bevve la sua gazzosa occhieggiando casa sua sull’altro fianco della collina. Poterla sbirciare le dava un misto di soddisfazione e tranquillità che la condussero rapidamente al secondo passo: “E questo Luigi viene tutti i giorni?”
“Oh no, viene qualche ora la settimana, secondo le necessità della terra e della stagione. Gli ho detto che potrà anche prendersi un po’ della frutta e della verdura quando ci sarà.”
Luigi mangia solo carne essiccata e mastica tabacco, ha il porto d’armi e non è nemmeno stato battezzato. Questo pensava Elvira, certa che il suo bilancio familiare non avrebbe subito gravi perdite dovendo coinvolgere Luigi nell’orto. Era una disfatta, dover pagare qualcuno per qualche dritta, ma doveva uscire dal suo pantano, in fretta.
Luisa le scrisse il numero di telefono su un foglietto di carta leggera a quadretti celesti e lei lo mise nella tasca del grembiule, insieme al fazzoletto. La abbracciò di nuovo vicino al cancello e poi richiamò Lillie che era uscita improvvisando un galoppo intrepido. Poco dopo, il botolo rientrava con la lingua penzoloni dalla sua scorribanda, Luisa aveva colto la menta per le zucchine. Ad Arturo piacevano da morire.
"Ve l'avevo detto che a sinistra c'erano speranze. Vado a fare un giro là, gente. Ci vediamo alla prossima pioggia."
Le giornate di Elvira si erano fatte solitarie e meno musicali dopo quel giorno.
Con pazienza, aveva cercato di affrontare il momento in cui andava a letto e la sveglia al mattino, neanche da bambina aveva sentito lo stesso gelo salirle dai piedi. Ogni tanto fissava il mare, ogni giorno guardava il gelsomino e accendeva un po’ la radio. Aveva trovato subito la frequenza che le interessava, anche senza aspettare uno di quegli stacchetti o il primo radionotiziario. La voce dei conduttori le ricordava l’altra che ora poteva solo sentire registrata.
In molti le telefonavano, ed Elvira aveva presto capito che quelle lunghe chiamate, nelle intenzioni sottaciute destinate a lei, la vedova, in realtà si rivelavano monologhi di amiche che non avevano neanche la pazienza di farsi mezz’ora di strade impervie per venire a trovarla. Elvira si attrezzò e dispose accanto al telefono con la ghiera un grande blocco di carta bianca, alcune matite, un temperino e una penna. Ripeteva sì sì eh eh, e intanto prendeva le misure per disegnare dal vero. Così non perdette del tutto la mano e realizzò anche un ritratto della figlia, e poi bozzetti della kalanchoe che aveva piazzato in vaso su un tavolinetto, le noci e le mandorle, poi le fragole in contenitori sempre più elaborati. Era grata a quelle voci, malgrado i sentimenti misti che le suscitavano.
Oltre al garage, dove ora sostavano la sua macchina e la vespa celeste, era l’orto il luogo che le costava una lotta sorda con se stessa. Si trovava un po’ distante dalla casa, su un piccolo pendio nascosto da qualche leccio, e lei vi si era dedicata da subito, pochi giorni dopo aver sigillato gli scatoloni e aver venduto
Andava all’orto col magone stretto nelle tasche del grembiule e tornava con il cesto di verdure carico più di senso del dovere che di primizie della terra. Innaffiava diligentemente, ma si accorgeva di non saper anticipare i tempi giusti di quelle piante sconosciute: coglieva tutto troppo presto o se lo ritrovava sbocconcellato dagli uccelli. Persino le loro incursioni le parevano uno spregio furbesco contro di lei. Andava via pochi giorni a trovare la figlia in città sottovalutando l’arsura e ritrovava le piante che le puntavano contro le foglie rinsecchite, accusandola per la sua assenza.
Era un terreno davvero sconosciuto ed Elvira aveva deciso di conquistarlo.
La prima volta, le indicazioni del contadino che vendeva i semi al marito erano state sbrigative e molto lacunose. Allora Elvira ci era tornata, prima a distanza prima di mesi, poi di settimane, sperando che una maggior frequentazione avrebbe favorito una certa familiarità e una maggior protervia di consigli, indicazioni, dritte, trucchetti, trappole, tempistica. Ma l’uomo, che non si toglieva mai il cappellino bianco con la visiera blu con la scritta Cementificio Scuppa, si comportava, anzi, in modi sempre più spicci. Elvira insistette e per una settimana andò ogni giorno con scuse diverse: semi di insalata, fiori, piante da frutto, bulbi, setacci, guanti, vasi, canne, snodi, fertilizzanti, zappe, palettine, soda caustica. E più Elvira insisteva più l’uomo non le rispondeva e aumentava i prezzi. Alla fine lei desistette, e sgommò via promettendosi di non tornarci più.
Il signor Ignazio Parodi aveva aperto il negozio all’ingrosso da quindici anni e vendeva a facce di cuoio, nonni, uomini di fatica, che fabbricavano l’epica della terra. I suoi clienti si sedevano a coppie, sotto l’aratro appeso al muro, sulla panchina costruita con le traversine della ferrovia, e discorrevano alternando suppliche meteorologiche e maledizioni a sementi, terreni, fregature. Ignazio parlava poco, ma aveva una solida fama di buon’uomo, onesto nella sua costante avarizia che si applicava indiscriminatamente a qualsiasi categoria merceologica del suo sgangherato magazzino. Avrebbe venduto una statuetta di una Venere sbeccata sui seni per le corse dei nipoti come un pezzo antico, anche alla figlia. La clientela del suo ingrosso sostava come al bar e alla bocciofila e tesseva lunghi silenzi, intervallati dal raro vai e vieni delle macchine. C’erano quelli vestiti con strane salopette da lavoro tinta unita, gente che portava le ciabatte anche a novembre e quelli che non mollavano i mocassini neanche in agosto, rigorosamente con i calzoni corti. Tutti profumavano poco e avevano la lingua lunga. Negli ultimi mesi avevano parlato di: piogge, semine, quanto aspettare, veleno per topi, un lutto dei vicini della casa a qualche chilometro da lì, lumache, morti misteriose delle api, intasamento delle acque nere, mancato ripristino dello specchio all’angolo tra la frazione di Villalta e
Quando Ignazio Parodi non vide la vedova per un paio di giorni, si trovò combattuto tra il sollievo e il disappunto per le conseguenti perdite economiche; decise infine di abbandonarsi al primo e non pensarci più.
Elvira allora non vide altra soluzione che quella di chiedere al cognato, che abitava lontano, su altri poggi e ad altre altitudini. Lo cercò al telefono proponendogli un sopralluogo sul suo terreno, piena di speranze verdi, ma l’uomo, che era sempre stato taciturno confermò questa sua disposizione e fu evasivo, come se le lune per le semine fossero preziosi segreti da nascondere, ancor più ai parenti.
Allora la donna non vide altra soluzione che presentarsi alle porte dei vicini.
Nella serra, lontano dalla porta si stringeva una coorte di grasse. Erano state una passione di Elvira, o meglio del signor Luigi.
***
Era stato un tempo in cui Elvira portava solo decoltè, si sbucciava le caviglie con il carrello della spesa ogni settimana e trascinava la figlia sulle scale del condominio raccontandole la storie degli gnomi. Il marito fumava sigarette senza filtro, parlava poco e ascoltava il teatro alla radio sul balconcino dove dei volgari gerani si ascoltavano crescere con un gelsomino avido di spazio. Lassù al quinto piano la brezza del mare scompaginava petali e posizioni assodate, ma le piante riuscivano a cavarsela bene.
Per il terrazzino Elvira aveva pensato anche alla buganville, ma il gelsomino prosperava così tronfio e generoso che la donna aveva finito per rinunciare al colore e si era accontentata della fragranza.
Era stato un regalo da parte dell marito, alla mille e una notte, e non meritava rivali.
La felicità familiare condita dalla musica del giradischi e dalle fioriture drogate – la donna non lesinava per i suoi vasi concimi alchemici e naturali acquistati il giovedì al mercato – era parsa un eccesso immeritato alla donna taciturna che abitava sul loro stesso pianerottolo, la vedova Vallanzasca. Nessuno l’aveva mai vista ritirare la posta, una delegata omertosa la rappresentava da sempre alle riunioni di condominio, e non rispondeva mai al campanello tranne quando passavano a benedire le case. In quelle occasioni fugaci l’uscio si apriva per un attimo animando una sospetta corrente d’aria e poi, un quarto d’ora dopo, ancora un istante. Il prete e il bambino si fermavano appena, con un sospiro sulle labbra, un po’ accaldati, finalmente davanti al campanello della famiglia Speranzoni. Apriva Elvira e la bambina correva per il corridoio con le scarpette rosse. Per qualche anno si era fermata incredula davanti a quell’uomo con la gonna con il quale la mamma parlava a turni in un modo strano, chinando la testa. Poi aveva cominciato a portare gli zoccoli, a prendere in giro il bambino con l’incenso, e a sbattere la porta quando la bibita ghiacciata al finocchio sul tavolo attendeva la strana coppia.
Il balconcino della Vallanzasca era diviso dal loro con un graticcio verde e da vent’anni di solitudine. Le piante grasse dell’altra prosperavano sul cotto di second’ordine, spesso segnato dalla sabbia e dalla salsedine. Una primavera accadde che qualche ramo un po’ troppo coraggioso del gelsomino avvicinò i cactus stranieri che si assiepavano fieramente siccitosi sul confine. Un potente sibilo altezzoso aveva feso l’aria e le piante non si erano mosse di un grado, spolverando le spine. Era risuonata la minaccia tangibile di spargimenti di linfa. Ma Fragranza d’oriente non volle udirla, pasciuto dalla musica, dall’amore e dal fertilizzante. Un mattino, dopo l’undicesimo rintocco delle campane di don Duilio, quando gerani e gelsomino facevano bisboccia e si allargavano,
Dopo poco Elvira aveva colorato la trincea del balcone con una tenda a righe e fatto una ramanzina al gelsomino. Malgrado il marito la sgridasse quando la sentiva parlare alle piante, lei aveva coltivato quei dialoghi verdi, rasserenanti per tutto il tempo che poteva. Non avrebbe voluto nulla in cambio delle sere in cui aspettava la figlia rincasare, vicina e separata dalla Vallanzasca, in compagnia delle sodali alla clorofilla, dei pappataci e dei libri gialli.
***
Scarpette rosse si era stretta alla madre camminando sotto il filare dei cipressi sulla salita del camposanto. Alcuni starnutivano per i pollini, altri piangevano.
Si erano trasferiti in collina da qualche anno, ma il cimitero era quello di sempre.
Sulla giacca di Elvira, un ramo di mughetti avvelenava la tristezza. E allora, dopo il sonetto richiesto per tempo, dopo la musica suonata dalla radio a pile, mentre ascoltavano la terra precipitare sul legno, la donna aveva intravisto in disparte, indietro, una vecchia china su se stessa con un bastone e un foulard sulla testa. Una settimana più tardi, accanto alla lapide, un timido cactus accompagnava il suo gelsomino bianco. Aveva capito.
Per fare felice la mia illustratrice preferita, BobaFu un’alba d’albicocca quella che accompagnò il passo malfermo di Elvira verso la serra. La rugiada aveva lucidato i massi del sentiero e loro ascoltavano increduli i ringhi della donna mite che avevano sentito rampognare solo il tempo scavezzacollo e le corse distruttrici dei bambini sul seminato prima d’ora.
Luisa le aveva fatto promettere di non lasciare il secondo bastone senza la sua presenza, ma Elvira l’avrebbe gettato alle ortiche, cotto nella pozione delle streghe, lanciato fino al mare. Se solo avesse avuto tutta la forza delle sue piante, allora sì.
Uno ritmo sbilenco e appesantito mise sul chi va là 5 che faceva la guardia accanto alla porta della serra in posizione di vedetta. Era guardiano e paladino ora, e l’eco delle forbici aromatiche lo inorgogliva a ogni mutato baricentro. 5 si piegò così tanto che cadde dallo stupore. Era Elvira, la loro Elvira! quella che lentamente, bizzarre scarpe ai piedi, si avvicinava alla serra. 5 si rimise nella posizione dell’attenti con un vigoroso colpo di reni; all’istante cercò la sua rossa curiosona e i figli, ma erano ancora storditi dai festeggiamenti della liberazione, a distanza di giorni. Sembravano entrati nel letargo dei vittoriosi, adagiati sugli allori.
Se solo qualche felce nella serra avesse avuto un calamaio dove intingere la punta, lui e la sua dinastia avrebbero potuto registrare le loro gesta. 5 sognava da una settimana almeno di leggere qualche goccia di celebrità per sé e per Capitan Geranio. Sperava di rimanere impresso nella memoria annuale del calendario, agognava celebrazioni per tutto il fogliame nel tempo a venire. Concimature più generose, innaffiature fragranti di souvenir alchemici od oltrenatura, qualche encomio pronunciato dal calabrone. Invece Elvira non avrebbe saputo niente, l’avrebbe stretto di nuovo con mano ferma e col piglio certo della dose perfetta, della coccola acquosa. Lei non avrebbe colto l’eroismo oltre la chiacchiera 5 sarebbe rimasto 5.
Certo Elvira non indossava la gonna blu e ansimava un poco, ma non tralasciò di notare che all’appello mancavano i tulipani. Non immaginava con quale festeggiamento avevano loro dato l’addio. Poi Elvira si piegò fino a solleticare le dalie, quelle privilegiate si ingraziarono la donna con un profumo raro e le strapparono un sorriso storto. Sembrava che non fossero passate così tante scarpe su quei massi. Le bulbose si inchinarono e poi assunsero una posizione eretta, era l’effetto domino di due correnti una da mare, l’altra da monte. Elvira accolse la carezza del vento e si strinse lo scialle con la mano sinistra, come se non fosse pronta per il gran ballo della vita, e poi la poltroncina impolverata di midollino accolse il peso della sua fatica. La poltrona dimenticata. Qualche foglia di ficus rimasta sotto si lucidò contro la gonna della donna che guardava fisso il sentiero. Una famiglia di farfalle improvvisò un walzer, e tutti applaudirono le spore. Nuova vita era in circolo, mentre Elvira si asciugava il sudore dalla fronte e rimetteva il fazzoletto nella tasca del grembiule. Ma quando anche le rondini avevano modificato le loro traiettorie graziando sciami di moschini per celebrare il ritorno insperato, Elvira prese il bastone, si mise in piedi con un issahò e tornò sui suoi passi. Lo fece traballante, 5 non poteva crederci. Fece qualche salto in avanti per accertarsi che non fosse un’allucinazione… Stava voltando le spalle alla serra. Che avrebbero detto quelle là dentro?

Non ne volevo sapere di allontanarmi da mia madre, dai suoi gesti decisi e forti. Ci facevamo bastare quello che l’orto e le galline avevano da darci; mamma cuciva qualche abito per i paesani e delle zie generose ci portavano della carne ogni tanto, soprattutto in primavera e in estate.
In autunno facevo indigestione di nocciole che coglievo a pochi passi da casa, per il resto dell’anno continuavo a parlare da sola, fantasticavo di principi azzurri e di feste da ballo.
La mamma non parlava molto e non si fermava mai. Forse anche lei, come me, temeva che il babbo sarebbe potuto tornare da un momento all’altro e non sapeva come accoglierlo, se con un abbraccio o un calcio negli stinchi. Non ne avevamo mai più parlato da quella sera, quando era partito con il fucile sulla spalla e un tozzo di pane in tasca. E la fiaschietta di grappa, certo, non c’è neanche bisogno di nominarla. Aprendo la porta, papà aveva allungato il braccio sinistro e se l’era messa a tracolla sulla spalla libera sopra il giaccone pesante. C’era una stella alpina decorata con un filo rosso dalla mamma, quando ancora si prendeva cura di lui. Non aveva riappeso la fiaschetta al chiodo papà, e mamma era rimasta in quella casetta, invecchiando con grazia come i mattoni antichi, con la tenacia di un’edera, sempre più in alto. Parlava sempre meno e non si fermava ancora.
Il Signore, poco dopo le nozze, ci ha donato una bambina, Rosa. Da quando cammina non sono riuscita a trattenerla in casa, le pareti non le hanno mai dato niente. Ha cercato di portare dentro tutti gli animali randagi che incontrava: gatti, cani, lucertole e rospi. L’abbiamo quasi sempre accontentata, anche a spese del povero uccellino; speravo che questo bestiario in casa l’avrebbe trattenuta più vicina a me della sua curiosità. In realtà non potevo niente rispetto al bosco e soprattutto rispetto alla nonna. Quindi Rosa ha cominciato ad avventurarsi nel bosco quando sapeva correre veloce, senza che né io né il padre potessimo fermarla. Spesso torna con mazzi di fiori per noi, con bacche raccolte nel cestino, con le caviglie graffiate dai rovi, ma gli occhi pieni di un verde che nessuna campana può scolorire. Ci sono anime selvatiche e pecore. Rosa è una piccola fiera.
Mia madre è ringiovanita, ha ricominciato a curare l’orto e ogni tanto chiude casa e si ferma da noi la domenica per poi farvi ritorno durante la settimana. Continuano a darle dei lavoretti, orli, gilet, piccole cose, e lei è contenta di non posare le mani in grembo. Le abbiamo regalato una di quelle diavolerie che si è messo a vendere l’arrotino, una radio, e lei ascolta la musica, me l’ha detto Rosa sotto quel suo capuccetto che non si toglie mai. “La nonna l’accende quando me ne vado e la spegne quando arrivo.”
Adesso anche Luigi si è messo a chiamarla così, ma io fatico ad abituarmi, è sempre la mia piccola Rosa. La nonna invece va tutta fiera di questo secondo battesimo familiare e ha preso a raccontarle di quando era bambina lei, delle piante curative e del nonno.
Mio marito, qualche mese fa, ha deciso di darmi un altro figlio: io sento che farà bene alla nostra famiglia e addolcirà la nostra monella selvatica. Purtroppo non è stato come per Rosa, nove mesi in piedi e di piena vita domestica. Sono spesso costretta a letto e da più di due settimane non posso camminare senza temere il peggio. Mia madre viene spesso a farmi visita, ma sento che il suo passo si è fatto lento e malfermo. Ho una paura terribile quando so che è sul sentiero da sola, vedo sassi lucidi e pericolosi. Il mio timore ora è diviso tra il nascituro e mamma, che scopro sempre più indifesa e testarda.
In quei giorni Rosa mi ha confermato che la nonna si sentiva tanto debole e che tossiva, malgrado mille tentativi con tutte le sue erbe. Povera vecchia. Avrei voluto correre con mia figlia nel bosco, precipitarmi al suo letto scaldato dalla febbre, ma dal canto mio, ero incollata al bambino distesa, senza nessuna sorella o nuora che potesse consolarmi. Ho quindi attinto alle mie forze segrete, mi sono alzata e ho fatto il pane con quel poco di farina che era rimasta. Alla vista del fumo dal camino, una comare è venuta a farmi visita per dirmi che alcuni, fra cui il macellaio, avevano visto un lupo tra i noccioli: dopo tanti anni sembrava che il branco avesse deciso di ristabilirsi proprio lì, a pochi chilometri dal paese. La donna me lo raccontava perché sapeva delle scorribande di Rosa e perché da anni cercava di affittarmi senza successo una stanza in una corte vicino alla nostra. L’ho cacciata via senza troppo sgarbo. Sono incinta, sono stanca e non c’è ragione di credere alle fesserie di una pettegola buona a nulla.
Ho quindi chiamato Rosa a gran voce, le ho dato un pezzo di focaccia ancora calda e il vino prezioso della vigna degli zii ricchi. Mi sono raccomandata che non facesse i suoi giri strani, che non cercasse i folletti che mi viene a dire di incontrare una volta su due e mi sono raccomandata di fare alla nonna quanta più compagnia poteva. Avevamo mangiato da poco e la aspettavo per la cena: doveva starle accanto per tutto il pomeriggio.
Sono tornata sotto le coltri e mi sono addormentata sotto il peso della mia pancia. Al risveglio mio marito mi ha chiesto perché la cena non era pronta e dove era Cappuccetto Rosso. Luigi ha sentito suonare le campane e ha deciso che era tardi anche per le mattane di Rosa. Non ha sentito storie, si è messo il fucile in spalla, ha preso una torcia e si è addentrato nel bosco quando il sole era ormai calato.
Sul sentiero ha notato dei passi pesanti, là dove un tempo si fermava l’arrotino e poi tanto sangue. Con la torcia in alto, ha intravisto il luccichio delle zanne di un lupo morto pancia all’aria. Allora è corso in casa, dove sentiva delle voci sconosciute. È entrato senza bussare e ha visto un uomo grande con una fiaschetta di grappa a tracolla e delle scarpe enormi dalla punta dura. Rosa gli sorrideva con i capelli come incollati e la nonna era in piedi silenziosa che preparava una tisana. La sua camicia da notte sembrava di un colore strano, come se si fosse gettata dentro una tinozza di carcadé. Mio padre si è alzato e ha stretto la mano a Luigi, ha detto che era arrivato in tempo per un ultimo scampolo di vita: aveva aperto la pancia del lupo e salvato le due. Forse avrebbe sostituito la giacca con la nuova pelle di lupo e avrebbe fatto qualche lavoretto alla casa che gli sembrava un po’ malmessa. Luigi lo ha guardato senza farsene una ragione, poi ha notato il sorriso sulle labbra di mia madre e si è accorto della stella alpina sulla tracolla di lui, la stessa intagliata sulla porta della casetta nel bosco.
Così mio padre è tornato a casa, e io ho paura per quattro, per il bimbo che ho in grembo, per quella mattacchiona scavezzacollo di Cappuccetto e per i miei genitori, che ancora devono chiarire tante cose e hanno una montagna di attrezzi in casa per farsi fuori, asce comprese. Chissà.
Forse dovrei chiedere consiglio all’arrotino.